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La lista, attraverso le riflessioni di una serie di personaggi eterogeneri affronta in una prospettiva multidisciplinare il ruolo del contemporaneo nel meridione d’Italia. Coordinati da Roberto Martino e impegnati in ambiti di ricerca differenti, i protagonisti della “lista” sono chiamati a presentare la loro visione sul contemporaneo nel sud Italia attraverso testi, aforismi, riflessioni, citazioni, interviste, (…).

 

 

Panel

Katia Anguelova – curatrice / Milano
Francesco Arena – artista / Cassano delle Murge BA
Salvatore Baldi – collezionista / Porto Cesareo LE
Francesca Boenzi - curatrice Expòsito / Napoli
Marilena Bonomo - gallerista / Bari
Filippo Bubbico – senatore / Matera
Dario Carmentano – artista / Matera
Francesco Cascino – art dealer / Roma, Matera
Giusy Checola - project development Nosadella.due / Bologna
Matteo Chini – docente Accademia di Belle Arti di Carrara, curatore / Firenze
Gaia Cianfanelli – curatrice / Roma
Mario Cresci - fotografo, docente Accademia di Belle Arti di Brera e N.A.B.A. / Bergamo
Enzo De Leonibus – direttore Museo Città S. Angelo / Pescara
Grazia De Palma – curatrice / Bari
Lia De Venere - docente Accademia di Belle Arti di Bari, curatrice / Bari
Filippo Fabbrica – responsabile Ufficio Politica, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto / Biella
Alberto Fiz – curatore, critico d'arte / Milano
Francesco Galluzzi - docente Accademia di Belle Arti di Palermo, curatore / Firenze, Palermo
Cosmo Damiano Girolamo – presidente Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea / Matera
Antonella Marino docente Accademia di Belle Arti di Bari, curatrice / Bari
Gianluca Marziani – curatore / Roma
Gianni Pittella – europarlamentare / Bruxelles
Alessandra Poggianti – curatrice / Milano
Luigi Presicce – artista / Milano
Dorothy Louise Zinn – antropologa Università degli Studi della Basilicata / Matera, Potenza

ANGUELOVA / BALDI / POGGIANTI

Katia Anguelova, nata in Bulgaria. Laureata in culturologia all’università di Sofia, in seguito ha seguito una ricerca presso E.H.E.S.S. Parigi. Attualmente vive e lavora a Milano come curatrice indipendente e come curatrice associata con Isola Art Center di Milano. Scrive per riviste specializzate. Fra gli ultimi progetti, Stazione Livorno, Suitcase Illuminated, co-curati con Alessandra Poggianti con cui collabora dal 2005.

Salvatore Baldi fondatore dell’associazione Artetica, di Porto Cesareo. Collezionista e appassionato di arte contemporanea

Alessandra Poggianti vive e lavora tra Milano e Citta’ del Messico come critica e curatrice indipendente. Scrive per riviste internazionali tra cui Flash Art International, Domus (I) Codigo (MEX), La Tempestad (MEX), second/ (UK). Come curatrice è associata a Isola Art Center di Milano. Di prossima realizzazione un progetto di arte pubblica per la città di Puebla (Messico) co-curato con Katia Anguelova, con cui lavora dal 2005.

Katia Anguelova e Alessandra Poggianti: Ci siamo conosciuti nel 2007 a Porto Cesareo, per realizzare il progetto “Artética. Descrivere il resto”. Artetica è un termine dialettale salentino che significa eccessivo dinamismo, quando proprio non si riesce a star fermi. A partire da una identità locale quello che ci è interessato è stato “descrivere il resto”, cioè osservare, analizzare, comprendere ciò che è al di là del già descritto, il detto, il rappresentato. L’idea era di dirigere lo sguardo verso un repertorio potenziale che attende ancora di essere “repertoriato”, verso modi di vita, vicissitudini dell’esistenza sociale nella città. La maggior parte degli artisti invitati a confrontarsi col territorio provenivano dal Sud Italia come Luigi Presicce, Francesco Arena, Enzo Umbaca, nonostante vivono in altre città. Insieme a Meris Angioletti, Beatrice Catanzaro e Andrea Sala hanno attivato una serie di indagini e di sguardi incrociati in cui le persone e i paesaggi diventano i veri protagonisti.

K.A. E’ stato un momento di riflessione per il pubblico, ma anche per il paese stesso, per noi è stata un'unica esperienza lavorativa e da questa poter definire il contemporaneo o l’arte nel Sud Italia è piuttosto difficile, ma per quanto mi riguarda parlerei di assenza di arte contemporanea e la conseguente mancanza di abitudini a lavorare sopra certi processi di lavoro. Mi è invece sembrato molto presente il desiderio del “fare”, lo spirito collaborativo, del “dare una mano”, la volontà del promuovere il territorio, ma tutte peculiarità che non sono legate all’idea dell’arte contemporanea, quanto piuttosto alla possibilità di qualunque “vita nuova”.

A.P. Condivido questa analisi, rimane vivo il ricordo di quell’arrivo all’aeroporto di Brindisi che sembra un cantiere aperto, gli Ulivi secolari che accompagnano il viaggio verso Porto Cesareo, una tavola apparecchiata con pesce al Ristorante Lu Cannizzu, il mare, le contraddizioni di un paese che viene vissuto solo pochi mesi l’anno, le ambiguità edilizie, ed ancora la rete di ospitalità e di solidarietà che Salvatore insieme alla Città ci hanno regalato per realizzare questo progetto.

Salvatore Baldi. E’ stata una sfida, ma vivendo in una periferia residenziale come Porto Cesareo si corre il rischio di rimanere schiacciati dalle mura amiche, da una sorta di appiattimento culturale. Uno degli obiettivi di “Artética” è stato proprio di portare “in casa” quello che la gente del posto non si sforzerebbe di andare a vedere o cercare altrove. Così anche la scelta di realizzare le opere con la collaborazione di artigiani e gente del posto è stata fatta anche per avere l’attenzione e il coinvolgimento della città su linguaggi a loro estranei. Gli artisti hanno lavorato in questo senso e con il loro punto di vista ci hanno permesso di vedere quello che nel nostro operare quotidiano è oramai divenuto abitudinario e non riusciamo quindi a percepire.

A.P. Lo sforzo organizzativo e di produzione è stato enorme e non so se Salvatore troverà le energie per riattivare la macchina. Iniziative come queste sono sparse in tutto il Sud e definiscono un territorio fatto da una rete puntiforme di microsituazioni. Professionisti dei linguaggi visivi, singoli individui, appassionati e cittadini uniti per sperimentare nuove forme di produzione culturale. Autorganizzazione, autoproduzione, solidarietà, convivialità sono alla base di questi processi di lavoro e sono questi stessi che distinguono il Sud dalle capitali culturali, dove la regia di tutto è fatta da piccoli sistemi di potere che tanto si affannano per entrare in un sistema dell’arte internazionale che realmente non li riconosce.

S.B. La forza dei legami deboli potrebbe essere la risposta. La necessità di creare un network fra le microrealtà presenti nel Sud Italia non basta se lo stesso non viene alimentato con l’attivazione di rapporti di confronto che vadano oltre il rapporto fra soggetti specifici su progetti specifici. La fertilità relazionale e la voglia di ricerca che il meridione ha nel proprio dna, è un potenziale ancora inespresso proprio per l’incapacità di fare fronte comune. La priorità dei programmi del singolo sono purtroppo il limite che grava sui tentativi di valicare i confini geografici.

K.A. Effettivamente parlare del Sud ci riporta di nuovo nell’ambito della geografia. Mi domando se può essere visto come un contenitore di categorie o possiamo parlare di una specificità. Penso alle tracce di un mondo contadino, a quello che resta della sua socialità, lo stare insieme che si è perso in altri posti a causa dello sviluppo postfordista.

A.P. Io parlerei di “specificità”. Penso che queste microcomunità devono andare oltre le preoccupazioni geografiche e trovare una forma per mettersi realmente in rete. Da lì costruire un “nuovo patto” per la produzione di nuove pratiche contemporanee.

S.B. “…trovare una forma per mettersi realmente in rete”: la continua trasformazione delle realtà locali presenti nel Sud Italia richiede una mappatura costante del territorio che non so come potrà arrivare alla costruzione reticolare a cui fa riferimento Alessandra. Bisognerebbe riuscire a legare le singole realtà fra loro: associazioni, spazi no profit, gallerie, fondazioni, singoli individui etc praticamente non si conoscono e portano avanti ognuno programmi autonomi. Manca una infrastruttura per fare questo; certo, iniziative come queste possono essere un buon segnale di inizio…

 
FRANCESCO ARENA

Artista (Mesagne BR, 1978). Nel 2004 ha vinto il premio “G.A.P. – giovani artisti pugliesi” e nel 2008 il Premio Artegiovane “Torino, Milano Incontrano l’Arte”,Principali mostre personali: 2008 Nomas Foundation, Roma. 2006 Galleria Monitor, Roma. 2004 Galleria Monitor, Roma. Selezione mostre collettive: 2008 Fresco bosco, a cura di Achille Bonito Oliva, Certosa di Padula, Padula, Salerno; Dai tempo al tempo, a cura di Pelin Uran, Fiona Parry, Joseph del Pesco, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo per l’Arte, Guarente d’Alba, Cuneo. 2007 Annisettanta. il decennio lungo del secolo breve, la Triennale di Milano, Milano; Artètica – descrivere il resto, Porto Cesareo (Lecce); Deutsche Bank Italy Collection, Deutsche Bank, Milano. 2006 Confini - Boundaries, Man, Nuoro. 2005 Extra Moenia, Castel del Monte, Andria; Carillon-Corporarte, Showroom Calia, Matera; Arte all'Arte X / -a+a Luciano Pistoi, Castello di Linari; Corso Superiore d'arti visive, Como; Arena/De Marco/Schirinzi, Spazio Aperto-Galleria d'Arte Moderna, Bologna.

Mi chiedete un pensiero sul sistema dell’arte nel sud Italia, dirò di quello che conosco, la Puglia. Penso che le mancanze principali siano due, la prima è “Il museo che non c’è”, come intitolava Pietro Marino un capitolo del suo “Bari non ama l’arte” (Laterza 2001). Occorrerebbe un museo con una programmazione stabile e di qualità almeno nazionale, senza continuità difficilmente l’arte contemporanea entrerà nella quotidianità delle persone, basterebbe che Bari si dotasse di una kunsthalle, invece di pensare a mega musei costosi da fare e ancora di più da mantenere. Seconda mancanza: gallerie private di qualità, anche qui, almeno nazionale.
Una cosa positiva è l’impegno che la gente che lavora intorno all’arte mette nel fare il proprio lavoro, soprattutto curatori e organizzatori di eventi spesso supportati da sponsor privati.

FRANCESCA BOENZI

Curatrice, critica d’arte, direttrice artistica di Expòsito - Osservatorio Giovani Artisti Napoli. www.exposito.na.it

Napoli è una città informale e dinamica, stratificazione complessa di storia e disagi socio-economici, che reinventa quotidianamente le sue forme abitative, i criteri di giudizio e le modalità di esistere. Napoli è tremendamente rumorosa e caotica, è una città che sfinisce i sensi. È insieme ossimoro e sinestesia. Fortemente contemporanea e ostinatamente ancestrale. Chi nasce a Napoli non ne può prescindere. La ama, più spesso la odia. Di Napoli si parla sempre e comunque come città affascinante ma anche problematica. Distesa su uno dei golfi più straordinari, stretta nell’abbraccio del vulcano, nel suo ventre è anarchica, indisciplinata, respingente e aggressiva. Nella compresenza di tanta bellezza con la minaccia e la consunzione del suo corpo, abitano le ragioni del suo carattere e la sua forza. C’è spesso una sorta di rassegnata compassione o di distacco quando la si guarda, come se gran parte di quello che vi si fa e produce sia viziato dalla corruzione, dall’approssimazione e dal decadimento imminente e inevitabile. In parte è vero. Tuttavia risorse ed energie sono tante e tali che pongono un serio problema di direzione e canalizzazione.

Non è raro che chi nasca, viva e operi a Napoli si senta in qualche modo limitato, isolato, e sviluppi una certa frustrazione e complesso nel confronto con l’esterno. La complessità sociale, la morsa della criminalità organizzata, il gap culturale che da sempre separa il popolo dall’elite intellettuale, la distribuzione della ricchezza, la sua provenienza e la sua canalizzazione, sono solo alcuni aspetti del problema. Questo non dovrebbe giustificare le fughe e gli abbandoni - sebbene in buona parte li determini. Piuttosto dovrebbe invitare a riflettere e mettersi in gioco in maniera più responsabile, cosa che per fortuna succede ancora spesso, determinata da un ostinato istinto alla resistenza.

Napoli è una città che ha una certa dimestichezza e continuità con l’arte contemporanea, questo grazie soprattutto al lavoro ostinato di una serie di gallerie private che almeno a partire dagli anni 60 hanno stabilito una serie di interessanti connessioni con il clima di sperimentazione e avanguardia internazionalmente diffuso, lasciando che le tracce arrivassero e sedimentassero anche in questa città e regione. Dopo 30 anni di un’attività instancabile delle stesse gallerie, dopo vivaci esperienze di collaborazione tra queste e le istituzioni museali allora maggiormente attive e aperte al contemporaneo – per esempio il ciclo di mostre dedicate ad artisti contemporanei al Museo di Capodimonte –, sono arrivati i tentativi delle nuove amministrazioni di promuovere l’arte nello spazio pubblico e condiviso di piazze e stazioni della metropolitana, insieme a una serie di mostre che hanno richiamato grandissimi nomi di artisti internazionali e finalmente l’apertura di spazi pubblici dedicati: il PAN e il MADRE. Al momento dell’apertura, queste istituzioni rappresentavano l’occasione di mettere finalmente un punto fermo sulla storia recente della città, vederla riconosciuta e rappresentata, e allo stesso tempo costituivano un nuovo potenziale punto di partenza per la ricerca e le proposte. Finalmente un punto di vista istituzionale con reali responsabilità culturali. Mappare il territorio e promuoverne la vivacità con un occhio sempre rivolto all’esterno, creare nuove opportunità di dialogo e scambio a livello internazionale, questi dovrebbero essere alcuni degli obiettivi principali delle istituzioni culturali di qualsiasi città.

Ma, per fare ciò, occorre una classe curatoriale - non una classe politica – dinamica, consapevole e motivata. Napoli è una città che pretende, senza chiederlo apertamente, un approccio militante. Impegnato e produttivo, nella ricerca e nella proposta, mirato a una resistenza attiva. L’alternativa è la rassegnazione e l’attesa passiva. Rimango sempre sorpresa dall’entusiasmo con cui gli artisti di ogni provenienza guardano alla città. Da come si propongono alla città, come la ascoltano e se ne lasciano guidare. Questa è una risorsa unica capace di innescare, se ben indirizzata, un processo culturale esclusivo. Dall’altro lato, resto stupita dalla produzione di cultura della città stessa, da tanti artisti napoletani giovani e validi che vi si sono formati e che continuano ad operarvi con consapevolezza e da quanti la hanno scelta per lavorare. A questa consapevolezza segue la domanda su come canalizzare queste energie. Farle venire allo scoperto, renderle visibili, alimentare il dibattito e il confronto, fare in modo che gli artisti e i curatori che oggi operano sul territorio non vi rimangano confinati ed entrino a far parte di un dibattito più allargato, che si muovano e si confrontino con gli altri artisti e con un contesto internazionale.

Perché non è vero che esiste solo la possibilità di restare o abbandonare, esiste anche la necessità di allontanarsi per aggiornarsi continuando a guardare e lavorare in questa direzione. A Napoli serve un sistema saldo, volto alla promozione ed ‘esportazione’ di quanto viene prodotto nella città, che favorisca la mobilità degli artisti, che finanzi residenze e progetti, un sistema che sostenga e alimenti le energie creative locali, e che allo stesso tempo porti in città proposte innovative e aggiornate in merito alle produzioni artistiche ma anche alla strutturazione dei processi culturali. Il mio coinvolgimento di curatrice, con la piattaforma Expòsito, porta con sé tutta questa serie di riflessioni.

Il progetto Expòsito rappresenta il tentativo di dare una risposta alternativa al sistema istituzionale, dialogando con soggetti diversi, soprattutto con quelle esperienze simili che rapidamente si sono diffuse negli ultimi anni, in Italia e nel resto del mondo. Mi riferisco a spazi e progetti non profit, indipendenti, che in modo spontaneo e concomitante sono nati e che oggi stanno acquistando consapevolezza del proprio ruolo e della possibilità di condividere e unire le forze.

Con questi Expòsito dialoga, progetta e si confronta regolarmente. Expòsito nasce dalla volontà di dare una risposta precisa e militante alla marginalità del territorio campano, nella convinzione che siano molte le energie e i processi che qui si generano e che vanno sostenuti. Il primo scopo è di fare una ricerca di qualità su quanto si va producendo in termini artistici sul territorio, quindi di promuovere e dare visibilità agli artisti creando opportunità di confronto e discussione con il contesto nazionale ed internazionale, in modo da stimolare approcci di ricerca più consapevoli. Ci interessa evitare l’isolamento creando un dialogo costante, nuove connessioni e una rete di scambi e di mobilità che costituisca una possibilità reale di confronto con sistemi artistici, socio-culturali ed economici diversi.

Expòsito nasce anche nell’emergenza e nella precarietà, senza uno spazio fisico, opera grazie alla collaborazione e alla condivisione di idee e spazi con altri soggetti. Questo è un percorso faticoso, di sfida. Nonostante la mancanza di uno spazio e nonostante la discontinuità delle risorse economiche, nel corso del primo anno e mezzo abbiamo svolto una serie di attività varie ed articolate: Interview, un ciclo di talk tra artisti nazionali ed internazionali e gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli ed altre istituzioni; conferenze, seminari, workshop con artisti e curatori nazionali ed internazionali; la prima residenza per artisti internazionali a Napoli; mostre e progetti curatoriali con il coinvolgimento di giovani artisti nazionali ed internazionali, in Italia e all’estero. Dal 2008 Exposito vuole essere anche punto di riferimento per la produzione di particolari progetti artistici, una piattaforma che accompagni gli artisti nella ricerca di finanziamenti e nell’organizzazione del lavoro. Così è stato per il progetto My personal bridge di Eugenio Tibaldi. Abbiamo inoltre l’intenzione di promuovere residenze di artisti napoletani all’estero realizzate attraverso una rete di scambi con altri programmi di residenza e con enti internazionali.

MARILENA BONOMO

Direttrice di una delle realtà artistico culturali più avanzate e sofisticate in Puglia e una delle più autorevoli in Italia. Nel dicembre del 1971 inaugura la sua attività di gallerista con una prima mostra che includeva artisti italiani e stranieri considerati nuovi in quegli anni, oggi individualità primarie nel panorama artistico internazionale: Bochner, Boetti, Buren, Darboven, Dibbets, Lewitt, Paolini, Rayman…La galleria è tuttora nella medesima sede di Bari ma nel tempo si è estesa in altri spazi. Opere provenienti dalla galleria Bonomo sono collocate in sedi prestigiose, collezioni pubbliche e private, tra queste: la Panza di Biumo a Varese, la fondazione D'Este ad Atene, il M.O.M.A. a New York, il Centre Pompidou a Parigi.

Il divario tra Nord e Sud inspiegabilmente esiste nonostante che molti artisti italiani siano nati al Sud. Esiste ancora oggi una forte ``emorragia culturale e professionale``, ma questo credo sia un problema che riguardi tutto il nostro Paese, basti pensare al problema dei ricercatori italiani costretti ad andare all’estero. Non posso negare che nel Sud si naviga tra maggiori difficoltà ma posso dire che non ho mai subito il complesso del decentramento perché il mondo dell’arte di qualità è ristretto, cosmopolita e aperto alla comunicazione… ci si conosce tutti a tutte le latitudini.


FILIPPO BUBBICO / Il futuro dell’arte contemporanea in Basilicata

Senatore della Repubblica (Montescaglioso MT, 1954). Laureato in architettura, nel 1980 è eletto sindaco del suo paese e successivamente eletto nel Consiglio Regionale della Basilicata. Nel 1987 diventa segretario provinciale del Partito Comunista Italiano sez. di Matera. Nel 1995 diventa Vice Presidente della Giunta Regionale ed in seguito presidente della regione Basilicata dal 2000 al 2005. Nel 2006 è eletto al Senato e nominato Sottosegretario di Stato per lo sviluppo economico nel secondo governo Prodi. Attualmente ricopre la carica di senatore del Partito Democratico.

La Quarta Giornata Nazionale del Contemporaneo, indetta dall’Associazione dei Musei di Arte Contemporanea Italiani e Ministero per Beni e le Attività Culturali e, sostenuta, dalla Fondazione SoutHeritage , ci consente di esprimere alcune riflessioni che riguardano il presente e il futuro di questa declinazione dell’arte. La Basilicata, per la sua storia millenaria e per la tensione artistica che da sempre alimenta questa terra, rappresenta il contesto ideale per valorizzare e far emergere tutti i fermenti creativi presenti sul territorio.

Già la Fondazione SoutHeritage svolge un lavoro meritorio di elaborazione culturale e di incubatrice di iniziative e manifestazioni che vedono protagoniste le espressioni più avanzate dell’arte contemporanea nazionale e internazionale.
Ma, proviamo ad immaginare, come la collaborazione fra Istituzioni, associazionismo diffuso e territorio possa dare una spinta decisiva alla promozione e alla socializzazione dell’arte contemporanea.

Questa era la motivazione che ha spinto la Regione Basilicata nel 2003 a sottoscrivere il Protocollo d’intesa “ Promozione e diffusione dell’arte contemporanea e la valorizzazione di contesti architettonici e urbanistici nelle regioni del Sud Italia”.E funzionale a questo obiettivo era lo splendido complesso architettonico di Santa Lucia Nova di Matera.
Il cammino è stato tracciato, l’approdo sarà prossimo solo se i diversi protagonisti, Istituzionali ed Artistici , sapranno fare sistema e dotare la città di Matera e l’intera regione di una rete completa di infrastrutture a servizio dell’arte e della cultura del pensare.

L’arte contemporanea è l’arte del presente arricchita dalle pulsioni vitali e dalle tradizioni di una comunità che vuol costruire una meravigliosa storia collettiva. Ci dobbiamo credere.



DARIO CARMENTANO / Il contemporaneo a sud
(intervista all’Arte Contemporanea in occasione della sua visita nel Sud Italia)

Artista (Matera, 1960). Nel 1990 fonda l’Associazione Culturale ARTErìa. Nel 1999 fonda FARO Coordinamento Associazioni per l’Arte, che produrrà una serie di eventi ed incontri tra artisti ed associazioni culturali del Sud Italia. Nel 1999, conosce i fautori di ORESTE, il collettivo di artisti relazionali con cui collaborerà alla organizzazione di ORESTE 2 Programma di residenza per artisti e curatori.La sua ricerca è incentrata sui simboli ad alto valore antropologico, su icone sacre, oggetti di culto ma anche sul linguaggio a forte impatto socioculturale, a riprova di un’analisi minuziosa della devozione collettiva e del rito sociale, della cultura popolare e dei suoi risvolti.

Dario Carmentano: E’ la prima volta che lei visita il Sud Italia

Arte Contemporanea: Ho scoperto il Sud Italia solo di recente, è stata una vera sorpresa e ci torno volentieri, trovo che sia un territorio magico carico di una forte spiritualità che mi ha molto incuriosito e che ho voglia di conoscere più approfonditamente.

D. C.: Cosa pensa del Sud Italia come realtà sociale

A. C. : Nel Sud Italia non ho percepito la pressione del “progresso”, di quella dimensione avanguardistica che connota le aree in cui il potere economico esprime il meglio di se. Ho la percezione di trovarmi di fronte a delle aree depresse in cui mancano le occasioni e risorse per determinare quell’humus in cui esperire la vita ed un rinnovamento culturale in linea con i parametri internazionali. Pertanto credo che qui non si raggiunga la piena conoscenza del mondo contemporaneo, si vive qualche passo indietro e per certi aspetti questa condizione è anche interessante.

D. C.: Quali prospettive intravede per il Sud Italia

A. C. : Dicevo che qui il progresso è stato metabolizzato in maniera diversa producendo un modo di vivere e parametri molto diversi da quelli internazionali. Di sicuro si è maturata una identità altera che conosce quello che internazionalmente non si conosce e questo fa del meridione d’Italia un luogo interessante da frequentare e da scoprire. Sarà sempre più un luogo dell’ispirazione ma difficilmente costituirà una buona piazza per la commercializzazione.

D. C.: Quindi qual è la reputazione del Sud Italia

A. C. : Il Sud Italia non è molto conosciuto pertanto la sua reputazione è relegata ad un giudizio generale e vago che non riesce a qualificarlo. I messaggi che giungono dal Sud, dal suo modo di manifestarsi, raramente raggiungono un vigore tale da rendersi interessanti, per lo più si esprime attraverso casi sporadici di eccellenza. Generalmente del Sud si apprezza la qualità della vita stimata “a dimensione umana” ma alla resa dei conti tutti ci vengono in vacanza e nessuno sceglie di viverci. Torno a dire che il Sud è di sicuro un luogo che ispira per questo comincio a frequentarlo ed in futuro conto di venirci sempre più spesso.


FRANCESCO CASCINO

Art advisor e contemporary art dealer. Attualmente è anche impegnato nella carica di segratario generale per l’implementazione del premio TERNA 01 finalizzato alla promozione degli artisti e dell’arte contemporanea in Italia e alla valorizzazione del legame tra arte e impresa. www.francescocascino.com

Forse non è così noto che al Sud ci sono artisti di avanguardia che usano linguaggi evoluti e che sono accreditati nel sistema nazionale e internazionale perchè, appunto, innovano le tecniche e le tecnologie espressive, aggiungendo un piccolo valore alla storia dell'Arte e, quindi, al panorama di testimonianze di cultura dell'Uomo contemporaneo. Partono dall’esoterismo diffuso nel meridione d’Italia, dalla storia visiva di cui sono disseminate le nostre città e i nostri insediamenti rupestri. Partono dalle sacrlaità simboliste per aggiornarle e rimetterle sotto gli occhi di tutti, generosamente come solo gli artisti sanno fare. Lo fanno per coloro che ancora dormono ma si sveglieranno, per chi sogna e sa riconoscere i Segni... Alcune città hanno le potenzialità per candidarsi a capitali culturali dell'area in cui insistono, ma devono fare i conti con gli imperdonabili ritardi e le inenarrabili sviste dei suoi politici incolti, nessuno escluso, e con l'assoluta incompetenza a gestire fenomeni come la Cultura che, come se fosse un hobby qualunque, è abbandonato in mano a tecnici di altri settori i quali, chissà perchè, ritengono di colmare buchi enormi di conoscenza con qualche giorno di frequentazioni e rapide occhiate ai giornali di glamour.

La distanza enorme che separa certi soloni dal mondo VERO e dalle sue evoluzioni è oggi cosa ancor più grave; le sofisticate dinamiche della cultura contemporanea e i risultati che molte città d'arte hanno conseguito a tutti i livelli, oggi sono riscontrabili e verificabili con un semplice click sulla rete, o, in caso di eccessivo attaccamento al passato (problema di cui soffre l’Italia intera), con una lettura di riviste e mass media specializzati, una lettura nè troppo impegnativa, nè troppo superficiale: 10 minuti tolti alle chiacchiere e ai tecnicismi legulei che nulla hanno a che fare con una visione intelligente e moderna di un patrimonio così vasto.

I destini di questa che potrebbe essere fonte di ricchezza PER TUTTI, da troppo tempo in mano ad imbonitori e professionisti della promessa, devono passare in mani sapienti e preparate ma, soprattutto, devono passare da una visione legata a Carlo Levi e ad un mondo che non esiste più, ad una visione internazionale e contemporanea, affrescata e rinfrescata dagli operatori culturali che si confrontano professionalmente col "diverso", senza paura del ricatto, senza abbassare la testa e compromettersi oltre il dovuto. Non è più difficile, ormai, fare economia e produrre reddito con la Cultura, e forse si può cominciare dal supportare gli artisti locali, quelli ACCREDITATI a chiamarsi tali. Lo Stato dell’arte parte dal Sud, ma allo stato attuale, è in cattivo stato...


GIUSY CHECOLA

Curatrice e Project development Nosadella.due (S.Severo FG, 1973), si è formata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano diplomandosi in Storia dell’Arte con Miklos N.Varga e in Scenografia con Rodolfo Aricò; è stata coordinatrice generale del settore eventi culturali della società di produzione Sosia&Pistoia; collaboratrice in qualità di redattrice e giornalista di riviste specializzate come Exibart, InMostra e Next Exit Creatività e Lavoro. Attualmente è impegnata come curatrice, responsabile delle relazioni internazionali e dello sviluppo del programma di residenze nel progetto Nosadella.due, Residenza per Artisti e Critici internazionali di Bologna; scrive per Purple Magazine, rivista dedicata ai libri e alle edizioni d’artista pubblicata da Purple Press; come curatrice indipendente sviluppa ricerche in Italia e all’estero legate al multiculturalismo e alle diversità culturali.

Diverse sono le associazioni non-profit, gli spazi indipendenti e i collettivi che si formano affrontando difficoltà e barriere mentali, che si propongono di colmare le lacune nei campi della ricerca e della sperimentazione artistica, del confronto e dello scambio con gli altri Paesi, elementi fondamentali per la realizzazione di mostre e progetti di alto livello.

Ma non si possono esprimere opinioni generali perché il Sud d’Italia in tal senso non è omogeneo: non si può paragonare quello che accade a Napoli a quello che “non” accade nel nord della Puglia o a quello che accade nel Salento che negli ultimi anni ha visto una rapida crescita degli investimenti, dell’indotto turistico e delle attività legate alla valorizzazione della tradizione e del territorio salentino; non si possono paragonare le attività culturali della Sicilia a quelle della Calabria. Soprattutto nelle aree più difficili i giovani artisti e curatori continuano a non avere la possibilità di crescere e di confrontarsi con la scena nazionale e internazionale, a meno che non scelgano di formarsi altrove, dopodiché difficilmente ritornano ad operare nelle città di provenienza.

Non aiuta il disinteresse politico e di conseguenza sociale per l’innovazione artistica, non aiuta l’esigua presenza di fondazioni artistico culturali e bancarie, e non aiuta l’esiguo impegno di soggetti privati che ancora non vedono nell’arte contemporanea un valore aggiunto, perché non agisce nell’immediato sui bilanci. D’altra parte in mancanza di adeguati sostegni istituzionali lo sviluppo e la promozione dell’arte contemporanea non potranno fare a meno di loro e delle possibilità legate ai fondi internazionali. E questo non è solo un problema locale.

MATTEO CHINI / Periferie del mondo

Curatore (Milano,1965). Laureato in storia dell'arte all'università di Firenze si è successivamente specializzato a Bologna con una tesisu Lucio Fontana. Attualmente insegna “Ultime tendenze” all'Accademia di Ravenna ed è docente di “Fenomenologia delle articontemporanee” presso l’Accademia di Carrara. Collabora dal 1994 con numerosi quotidiani e riviste di settore tra cui "Il Manifesto" e "Flash Art" di cui è corrispondente dalla Toscana. Ha al suo attivo numerosi saggi, studi e pubblicazioni monografiche tra cui Pop Art. Miti e linguaggio della comunicazione di massa (2003) per l'editore Giunti di Firenze. Come curatore indipendente ha tra l'altro realizzato Gemine Muse, Museo Archeologico di Firenze, novembre-dicembre 2003 Videodrome Elettropiù, Firenze, aprile;, Museo Laboratorio di Città Santangelo (PE) 2005; Skin, Daniele Ugolini, Firenze, Out of control, Stazione Leopolda, Firenze 2005. E ha curato nel 2005 i workshop di Gulsun Karamustafa Ex-Archivio Piaggio, Pontedera, Gea Casolaro (laboratorio), Palazzo Mediceo, Seravezza, e Zineb Sedira (laboratorio), La Goldonetta, Firenze per la terza edizione di Networking. Tra i suoi ultimi progetti: Indiscipline, Fondazione Baldi (Pelago) e Lo schermo ansioso, Itinerarte (Verona) 2007. Vive e lavora a Firenze

Secondo la sociologa americana Saskia Sassen la classica contrapposizione tra Nord e Sud, come del resto quella tra Oriente e Occidente del mondo non ha più corso rispetto ai mutamenti avvenuti in seguito al fenomeno della globalizzazione. E’ ormai una “rete di circa quaranta città globali”la novità che determina in modo profondo la realtà economica e politica di tutti. Parlando di arte contemporanea però bisogna aggiungere un altro elemento. Si deve porre cioè accanto a questo mutamento di scenario un elemento di obbiettiva continuità. Da quando esiste, l’arte contemporanea ha avuto, e continua ad avere, una dimensione metropolitana centripeta e assolutizzante.

Una tendenza diciamo ultra-accentratrice. Parigi prima della seconda guerra mondiale, e New York dopo. Oggi invece? Oggi, appunto, la realtà auto-evidente delle “città globali” in cui si produce, si espone, si vende e si musealizza l’arte attuale. E dove si va da ogni luogo del mondo a cercare fortuna. Nessuna illusione dunque.

Nessun magico villaggio globale. L’arte della “post-cultura“- la fase appunto che stiamo attualmente vivendo - dominata dalla presenza di artisti di origine non europea è una risposta di parziale apertura al “meridione del mondo”. Ma in realtà essa trova la sua ragione e la sua legittimazione proprio nella rosa – non più ristretta a Europa e Usa è vero – delle potenti megalopoli modializzate. Rispetto a queste ultime dunque, ovunque noi siamo e per quanto facciamo, rimarremo inevitabilmente e per sempre Sud… A qualunque latitudine ci troviamo e per quanto florida sia l’economia della regione a cui apparteniamo. Il rapporto sarà sempre simile a quello che intercorre tra un centro e una periferia.

Se questo è vero, il problema della obbiettiva lentezza di diffusione dell’arte contemporanea nel Sud Italia si deve impostare in termini nuovi e diversi. Occorre appunto ripensare la questione in termini di distanza. Una distanza però che non va misurata in chilometri ma in possibilità concrete di accesso, di connessione ai gangli principali di un sistema complesso.. Accesso all’informazione, all’educazione, alle tecnologie, ai mezzi e alle possibilità di espressione.

Da questo punto di vista la diffusione sempre più capillare e veloce delle reti telematiche, la possibilità di viaggiare a prezzi sempre più economici, quella di spedire e ricevere in tempi sempre più ragionevoli, tutti questi fattori insomma riconfigurano in modo sostanziale i ruoli individuali all’interno del flusso della cultura globale. Se è vero che, come dice Saviano, “nel Sud uno solo è meno di uno” il problema si deve spostare dall’ambito della pura e semplice comunicazione per entrare nel vivo della presenza sul territorio.

Presenza che mai come adesso deve vedere moltiplicare le occasioni di alfabetizzazione informatica, di educazione all’arte (scuole e accademie), di possibilità espositive (per forza) “minori” e di conoscenza generale del mondo che per così dire governa il mondo. L’esperienza dell’arte insomma deve diventare sempre più – e già se ne colgono sintomi accanto a presenze ormai storiche – un’esperienza di attivismo estetico.

E il nostro Sud deve incrementare la sua capacità di entrare in rete prima con le realtà del proprio territorio e poi con quelle complesse reti di rapporti che attraversano il pianeta. Deve insomma sviluppare know how, velocità di connessione e soprattutto capacità di fare sistema.

GAIA CIANFANELLI - START / La forza dei legami deboli

Curatrice (Albano 1980). Laureata in Art and Heritage Management alla European School of Economics di Roma e fondatrice dell’Associazione culturale START. Dal 2005 è curatrice del progetto TEVERETERNO.

L’idea di questo progetto nasce in stretta connessione all’argomento esposto in occasione della 02 giornata del contemporaneo a Castel San Pietro Terme: “Mauro Manara e Castel San Pietro Terme: come portare un luogo periferico al centro del dibattito dell’arte contemporanea”. Abbiamo voluto rispondere a tale questione con un progetto: La forza dei legami deboli che intervenendo al limite tra ricerca e pratiche artistiche e curatoriali attuali si propone di delineare un percorso di osservazione, di studio, divenendo una modalità di lettura e conoscenza di un sistema dell’arte che non si vuole pensare come centralizzato ma come un sistema in espansione, reticolare che offre e riceve impulsi di novità e cambiamento. Alla questione posta dalla giornata di discussione su come si possono connotare spazi per l’arte senza crearne o costruirne di nuovi, ma riflettendo su quelli già esistenti con una forte tradizione alle spalle, noi aggiungiamo: come renderli forti? come far si che diventino veicoli culturali con una loro identità nella scena artistica contemporanea? Rispondiamo con una formula che consiste nel provare a mettere in relazione non ciò che sembra potersi generare soltanto da una traslazione del grande nel piccolo e viceversa, ma affiancando ciò che solo apparentemente sembra auto collocarsi in una posizione di “debolezza”. La forza dei legami deboli si propone di attivare legami (deboli), non incrementati dal sistema, sperimentando un’ipotesi di lavoro rivolta all’osservazione delle pratiche artistiche più attuali del centro sud d’Italia. Intendendo per “legami” dei veicoli, delle tensioni su cui si muovono relazioni, connessioni, reciprocità, processi, il discorso sui “centri minori” si è dilatato fino a comprendere la possibilità di attivare una serie di relazioni tese ad individuare alternativamente la forza e la debolezza dei legami stessi valorizzandone l’unicità. Alcuni spazi seppure di valore storico e culturale non rientrano all’interno dei grandi circuiti di poli artistici e museali e vengono considerati “centri minori”, molte delle realtà artistiche culturali del “centro sud” d’Italia vengono definite “periferiche”, in esse l’arte assume un ruolo di valorizzazione e riqualificazione dei luoghi stessi invece di portarne fuori le potenzialità relazionandole al tessuto nazionale, e ancora troppo spesso, le “realtà indipendenti” vengono definite “marginali” dal sistema, che da loro spesso trae la forza. Questi i nodi d’intervento tra i quali tendere legami (deboli) per scommettere su nuovi confronti e nuova produttività. Granovetter ricorda all’inizio della sua carriera che sono proprio “i legami deboli dell’idrogeno a tenere insieme le gigantesche molecole d’acqua”. Nel tessuto sociale questo significa che “i legami deboli svolgono una funzione cruciale nella nostra comunicazione con il mondo esterno. Per ottenere informazioni nuove dobbiamo attivare i cosiddetti legami deboli… che sono il nostro ponte verso il mondo esterno, perchè frequentano ambienti diversi dai nostri e ottengono le loro informazioni da fonti diverse”.
LEGAME #1: centri minori
Perché alcuni spazi seppure di valore storico e culturale non rientrano all’interno dei grandi circuiti di poli artistici e museali?
Seppur di grande prestigio per motivi strutturali storici e culturali questi centri vivono di una vita che li rende in parte avulsi dal sistema dell’arte o a margine di questo, quello fatto dalle grandi mostre nei poli museali o nelle gallerie, in contenitori preziosi o in architetture avvenieristiche di esposizioni che difficilmente li caratterizzano. Ma perché non dar loro un’altra funzione, una diversa utilità culturale? A differenza dei luoghi deputati, i centri minori possono accogliere la ricerca: nuove indagini, diverse metodologie, sguardi trasversali rivolti alla complessità dell’arte attuale. Quindi la progettualità è punto di partenza e valore necessario per dare loro identità e connotazione. È in questi luoghi che le risorse economiche devono affermarsi in rapporto ad una politica culturale, e non il contrario. La continuità progettuale ed il dialogo possibile con il tessuto territoriale in cui si trovano diventano risorse culturali e fanno del centro minore un luogo importante di conoscenza, un centro necessario per una lettura più completa della contemporaneità.
LEGAME #2: centro sud
Perché in quest’area l’arte assume un ruolo di valorizzazione e riqualificazione dei luoghi stessi invece di portarne fuori le potenzialità relazionandole al tessuto nazionale?
Non vogliamo toccare una questione stratificata dal tempo, ne è piena la storia di meridionalismi e di continue criticità. Crediamo che il territorio del centro sud sia artefice di energie culturali con le quali attivare relazioni per costruire ponti di narrazione artistica. Un mezzogiorno fatto da realtà indipendenti e da gruppi di conoscenza che possano raccontarci il loro territorio culturale fatto di paesaggi e di saperi diversi. Le regioni dell’Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia sono i tasselli di una mappa da percorrere. L’attualità mette in mostra la Campania e la Sicilia come le regioni capitali del sud, anche nel mondo dell’arte il nuovo rinascimento di città come Napoli e Palermo fa pensare ad una positiva apertura e sempre più il ruolo dei beni culturali è legato allo sviluppo sociale ed economico di queste città. Ma tra queste esiste un mezzogiorno più silenzioso che difficilmente appare. Noi osserviamo tutto questo e sentiamo la necessità di sondare questi territori percorrendone i legami deboli per noi forti indicatori culturali cercando di trovare la connessione con luoghi, regioni e un diverso sistema.
LEGAME #3: realtà indipendenti
Perché vengono definite “marginali” dal sistema, che da loro spesso trae la forza?
La decentralizzazione sul territorio di molte realtà indipendenti (collettivi, gruppi, associazioni, curatori…) offre loro spazi di autonomia ma non predispone alla possibilità che invece una loro distribuzione potrebbe configurare, aprendo e rendendo disponibili i legami deboli che tra questi spontaneamente sorgono. Attivare dunque una rete nel tessuto sociale tra le realtà indipendenti dell’arte significa indagare un territorio utilizzando una modalità dialogica che si apre al confronto con diversi soggetti culturali. La rete viene tessuta tra le realtà indipendenti per arrivare ad una risposta culturale che nella sua restituzione avvicini ma nello stesso tempo mantenga l’identità singola di ogni realtà. La rete si fà strumento dinamico di lettura del contemporaneo e può diventare soggetto operante che attiva relazioni, incontri, confronti, partecipazioni. Solo in un tessuto culturale così disegnato si può ridistribuire sul territorio italiano il dibattito sulle questioni del contemporaneo.

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ENZO DE LEONIBUS

Artista, direttore del MuseoLaboratorio-ex Manifattura Tabacchi di Città Sant’Angelo - PE..

(…) Il sud è una gran bella terra, stò viaggiando e alla mia sinistra c’è il mare, non vedo l’altra sponda ma la conosco, gli orizzonti non sono bloccati e le dinamiche diventano più naturali. I pensieri trovano rifugio, diventano intimi, caldi ed empatici. In questa condizione non mi sento uomo di cultura ma piuttosto contadino capace di vivere le attese con il lavoro, lo scorrere delle stagioni e i suoi frutti. Forse il pregio del sud stà in questo e chi ci convive ha imparato altri ritmi, altri valori: una sorta di silenzio operoso. Amo molto questa condizione, non è una sfida tra mondi, ma semplicemente modi diversi di vivere, progettare stando nelle cose. Non amo il sud quando è lagnoso o quando tenta di essere e di scimmiottare cosa che non è mostrando tutto il suo provincialismo.

(…) Ho sempre il mare sulla mia sinistra, reduce dall’ inaugurazione di ITALICS di Francesco Bonami, la sensazione forte è quella di pregustare un grande piacere e sollievo a poter tornare nel mio sud e ai suoi silenzi, ai miei progetti e al mio lavoro: ai miei compagni di strada. La mia “Itaca” ridiventa il centro del mondo, piccole e grandi storie dal sapore intenso. Forse non è inerente al progetto o alla riflessione, ma sento l’esigenza di citare un testo di L. Fabro, da Attaccapanni - Einaudi 1978:


LA STUPIDITA’ SIA UN’ARTE PER L’ARTE
La convivenza tra questa appendice del pensiero e l’arte mi è nota per una pena che nel passato ho sofferta e che ho eccessivamente tollerata come un vizio.Ora mi sono tuttavia convinto che il terreno fino, impalpabile dell’arte sembra aver necessità di questa gramigna per non volatizzare, occorre che essa stenda la sua fitta ragnatela, ne costituisca il il terreno di superfice, il paravento per i guardoni, crei una zona di rigetto per semi deboli e formi il letto per i parassiti, il cimitero per collocare le lapidi di chi sotto stà marcendo. Il successo, la fama, il denaro ne sono le grazie.
M. Duchamp si trova addosso più baffi di quanti ne abbia fatti fare alla Gioconda, quanti sono i cialtroni che oggi gli si riferiscono. La stupidità non è un prezzo, è un veicolo, poterne disporre è rassicurante, disporne senza saperlo, rassicura e vincola pubblicisti e compratori. Persone brillanti in altri esercizi del bello spirito, giunte di fronte all’arte, scrofolano senza riguardo. Per costoro, mica per i disinteressati, è stato, inventato che l’arte è soggettiva, è espressiva, è romantica, è idea, è forma, è tecnica…
Così per addentrare una forma devono affondare la testa in un’idea di merda. Gran numero di artisti hanno questo senso dello specifico; la loro attività consiste nel mangiare dagli altri artisti di fatto e cacare alcunché di giornata; se lo fanno una sola volta, la loro vita è effimera, se tutta la vita, ricchi e famosi con rutti a distanza di secoli: Il Barrocci. Perché tra quei bellissimi scarabei che circondano l’arte, la tutelano, la provocano ( io ne conosco e godo alcuni rarissimi), altri non meno utili e certamente più laboriosi, smistano quest’altra arte, vi nidificano, se ne nutrono.


GRAZIA DE PALMA / La prigione del cervello sinistro

Rcercatrice, giornalista e curatrice indipendente, vive e lavora a Bari. Come curatrice d’arte contemporanea ed operatrice turistica, crea progetti e promuove eventi artistici legati alla ricerca dell’arte contemporanea e si impegna a stimolare l'interesse verso nuove forme d'arte comuni alla realtà italiana sollecitando un nuovo mercato di interessi economici in una terra, la Puglia, molto vivace produzione e per questo pronta a scambi d’arte con altri Paesi. Dal 2000 al 2004 ha collaborato con il Corriere del Mezzogiorno occupandosi di recensioni critiche e monografie su artisti contemporanei. Ha inoltre scritto su: “Kult”, “Arte Mondadori”, “Tema Celeste”e “Collezioni Edge”. Nel 2001 ha fondato ed è presidente dell’Associazione culturale Metamorfosi che svolge la propria attività nel settore della formazione professionale, e dell’arte contemporanea con un focus sul panorama internazionale con eventi culturali svolti in collaborazione con enti locali, fondazioni estere ed ambasciate. Tra i progetti svolti, ha ideato ed organizzato “Crysalis” e “Collezionami”, le prime due edizioni della Biennale di arti contemporanee della città di Bari.

La Puglia, ha una geografia culturale piuttosto curiosa, instabile, tipo dentino da latte che traballa e poi sballa.
Si gioca a fare arte, e purtroppo i linguaggi non sono più comprensibili. Si suscitano disordini sociali per dominare le masse ed imprigionare il cervello sinistro. Ma tra una lego e un passetto così così sarebbe meglio non alimentare le colonizzazione curatoriale, (ovvio di tutto rispetto) che potrebbe risultare anche dannosa.
Le scarse iniziative artistiche ci stanno demonizzando. Non lasciano segni, né cicatrici. Le idee poi, sono sempre più raffazzonate.

La ricerca? Un bel weekend in una capitale lisciando i bottoni della giacca ai micioni più grossi. Mah. Meglio un bel sonnellino pomeridiano con caffè al bar sotto casa e quotidiano sotto il braccio. Forse ci si fa più bella figura. Le collaborazioni sono piccole parrocchie dalle famiglie allargate. Le istituzioni non sono oceani di parole per chi ha il marchio giusto tatuato in fronte. Si sa, le persone che cercano di far diventare peggiore il mondo non si concedono mai un giorno libero. Forse abbiamo proprio bisogno di questi falsi scenari per attivare la giusta cooperazione collettiva.

La Puglia è il fantastico mondo dell’accumulo inatteso, delle opportunità sbagliate, delle invidie porta a porta. Si balla da soli, talvolta in coppia. Non sono cattiva, ma non amo mentire. L’arte è gamba lunga e mano, anche al (proprio) portafoglio, non malcostume del pensiero, né cortesie per gli ospiti. C’è più voglia di novità nel pubblico pagante che nel circuito pensante. Il talento e l’intuizione sono un potlach e una rarità…se non un vero culo al momento giusto, nel luogo giusto, e con il giusto entourage. Il Sud è una cosa ricchissima ma ce la mette tutta per trasformarsi in un perfetto volume Bignami. Perdonate, non ho distrutto il SUD con i suoi personaggi, ho solo delineato un’allure mentale da parrucchieri della banlieue di Polignac che rende molle ogni pratica, e sfianca la voglia di fare.

Chi vince se muovi la torre in D4? Sei sempre tu dall’altra parte della scacchiera indeciso tra il bianco ed il nero, indeciso come tutti nelle domande a cui non vuoi rispondere ed in quelle dove non c’è bisogno mai di una risposta. Forse l’arte serve per immaginare l’arte. C’è chi compra i sogni degli altri e chi organizza battute di caccia al primo corridoio di scuola, c’è chi crea capolavori senza saperlo e chi impazzisce per sbaglio, per via di un singhiozzo. Di una verità. Puglia versus Puglia. Che scempio.

LIA DE VENERE

Docente ordinaria di Storia dell’arte contemporanea presso l'Accademia di Belle Arti di Bari e a contratto presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bari. Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e gallerie private, in Italia e all’estero, redigendo i testi per i relativi cataloghi. E’ corrispondente de “Il giornale dell’arte” e collaboratrice della rivista “Segno”, del Dorso Sud e della sezione culturale del sito web de “Il sole 24 ore”.

Provate a scorrere le liste dei segnalati e dei vincitori dei tanti premi per artisti che si organizzano ogni anno in Italia. Sono sempre i soliti noti, appoggiati dai soliti critici, che in una sorta di “gioco del quindici” si spostano da un premio all’altro. Quasi tutti del Nord, solo qualche romano, uno o due napoletani e, se va bene, un siciliano di Palermo. Fate la stessa cosa, quando vi giunge il biglietto di invito di una mostra collettiva di giovani promesse dell’arte, allestita a Roma o a Milano. Il risultato non sarà diverso.

Che dire? Che il federalismo si farà, ma che già l’Italia del Sud appartiene ad un altro mondo. Che, in particolare, la Puglia non esiste (se non per qualche distrazione della giuria) nelle liste dei segnalati dei premi, che qualche artista di origini pugliesi viene inserito tra gli invitati a qualche mostra di un certo interesse solo perchè amico del curatore (è bravo, s’intende, l’artista in questione!).

Perché accade questo? Gli artisti pugliesi non sono cosi intelligenti e capaci come quelli del Nord e del Centro? Non sono così bravi i critici locali a promuoverli a livello nazionale? Niente di tutto questo. E’ che le cose stanno messe diversamente. Gli artisti pugliesi intelligenti e capaci ci sono e lottano per farsi conoscere e apprezzare, ma i critici e i curatori del Nord non li vedono proprio, occupati come sono a promuovere i loro protetti, a segnalarli alle giurie dei premi, a spingere per la loro presenza in manifestazioni prestigiose. Diciamo la verità, nei casi in cui le logiche lobbistiche non riescono ad agire, qualcuno degli artisti pugliesi ce la fa a farsi conoscere, ma poi è difficile che mantenga una certa visibilità.

No, questo non è il solito piagnisteo degli esclusi, non è la solita solfa del Sud contro il Nord, è ben altro. Le motivazioni di tale situazione vanno cercate in una debolezza atavica del sistema dell’arte, che costringe il Sud in una frustrante autoreferenzialità, indotta dall’indifferenza delle istituzioni nei confronti dell’arte contemporanea, dalla mancanza assoluta di iniziative strutturali e non estemporanee per il sostegno dei giovani artisti, da un collezionismo timido e diffidente nei confronti delle novità, da gallerie troppo deboli o troppo orientate verso scelte commerciali, dall’inesistenza di una galleria di arte contemporanea, degna di tale nome. E dal fatto che i critici e curatori pugliesi, per quanto informati e molto attivi, rarissimamente vengono invitati a far parte di giurie di premi e di commissioni di manifestazioni espositive di carattere nazionale.

Quindi, cari artisti pugliesi, più o meno giovani, non vi resta che preparare un bel book con i vostri lavori e prenotare un bel volo per Milano. E sperare nella distrazione di qualche giurato e/o nell’attenzione più o meno interessata di qualche curatore d’assalto o di un collaboratore di qualche rivista specializzata.
Qualcosa accadrà, siatene certi, ma – come fanno i vostri fratelli maggiori – nel vostro curriculum scrivete pure che vivete a Bologna o a Milano o a Torino, ma non azzardatevi a dire che siete nati a Foggia o a Galatina, a Barletta o a Palagiano o a Brindisi. Potrebbe nuocere gravemente alla vostra carriera.


ALBERTO FIZ / I giacimenti del Mezzogiorno

Critico d’arte, curatore

L'arte è per il Mezzogiorno la vera fonte di energia pulita e rinnovabile. Rappresenta ricchezza, storia e identità. Basta saperla sfruttare a dovere. I musei a cielo aperto sono infiniti e molti di essi appaiono addirittura sconosciuti ai suoi stessi abitanti. Io credo di avere avuto il merito di portarne alla luce uno, ovvero il parco archeologico di Scolacium nei pressi di Catanzaro, straordinario insediamento di epoca romana con stratificazioni bizantine. Era rimasto nell'oblio per molti anni sino a quando, insieme all'amministrazione provinciale e alla direzione generale dei beni culturali della Calabria, si è deciso di riscoprirne l'identità attraverso l'invasione pacifica dell'arte contemporanea. In tre anni sono approdate a Scolacium le opere di artisti come Tony Cragg, Jan Fabre, Mimmo Paladino, Anthony Gormley, Marc Quinn, Wim Delvoye e Stephan Balkenhol. Ebbene, in tal modo si è realizzato uno dei più ambiziosi progetti di scultura nel Mezzogiorno ridando al parco una rinnovata vitalità.

Ciò che sembrava seppellito dal tempo, ha dimostrato di essere autenticamente attuale tanto che la basilica bizantina, il foro o il teatro romano sono diventati parte integrante dell'esposizione assumendo un ruolo attivo e gli artisti hanno dovuto giocare la loro partita con un partner forte e deteminato in grado di condizionare il loro messaggio.
Si è creata, dunque, una straordinaria contaminazione dando vita ad un luogo di ricerca linguistica probabilmente unico.

Ho raccontato questo episodio non per narcisismo ma perchè sono convinto che la sfida vinta di Scolacium possa rappresentare un esempio per giungere ad un modello cultura nuovo e realmente autonomo. Se, come si è visto con chiarezza in economia, la globalizzazione è fonte di guai, oggi appare più che mai necessario recpuerare una precisa identitù che rispetti il territorio e la cultura. Ciò significa che il Sud deve sapersi imporre a livello internazionale valorizzando i suoi infiniti giacimenti artistici.

Su questo bisogna lavorare senza sognare faraonici Guggenheim o effimere costruzioni realizzate da qualche archistar. E' il territorio, con le sue caratteristiche, il luogo intorno al quale elaborare un modello unico al mondo dove l'arte di oggi non può che rappresentare un naturale approdo. Pensare ancora al passato da un lato e al contemporaneo dall'altra rappresenta uno schema dualistico antistorico e inopportuno, contrario ad ogni criterio di modernità matura.
Il Mezzogiorno è il luogo degli infiniti musei all'aperto, da Matera a Gibellina sino a Pentidattilo, che ha la straordinaria opportunità d'imporre un proprio modello culturale.

Non bisogna peccare di provincialismo puntando su fantomatici progetti internazionale ma saper lavorare sul proprio territorio risolvendo i conflitti di competenze e intervendo sull'immobilismo di talune sovrintendenze. Va, poi, riformata la burocrazia e messi in crisi i tanti, troppi feudi localistici. Nello stesso tempo, andrebbero create nuove risorse e rinnovato il sistema dei trasporti. Va fatta, insomma, una vera e propria rivoluzione copernicana dove il Mezzogiorno sappia mettere a frutto i propri giacimenti culturali attraverso una serie di accordi tra regioni e una rete articolata di strutture museali attive sul territorio. A quel punto la sfida del Sud sarà vinta. Senza Guggenheim, naturalmente.


FRANCESCO GALLUZZI

Storico e critico d’arte, si è occupato principalmente del manierismo cinquecentesco, della stagione delle avanguardie, dei rapporti tra arte e letteraruta nella cultura italiana del ‘900. Oltre a saggi e ricerche in riviste specializzate, cataloghi e volumi collettivi, ha pubblicato: Pasolini e la pittura (1994; Picasso (2002;) Roba di cui sono fatti i sogni. Arte e scrittura nella modernità (2004); Il Barocco (2006). Attualmente è docente presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.

Mazzini diceva, circa 150 anni fa, più o meno, che l'Italia sarebbe stata (sarà) quello che sarebbe stato (sarà) il meridione. Potrebbe valere una considerazione simile anche per le arti visive? Per quel che conosco il sud italiano, una domanda mi è sempre ritornata.

Una terra che ha dato tantissimo alla cultura nazionale, e ne ha nutrito gli umori in profondità (sarà un caso se il convegno con cui nacquero le neoavanguardie del Gruppo 63 fu tenuto a Palermo?), terra che ha fornito argomenti di lavoro e di riflessione, e dove sono nati alcuni tra i protagonisti più importanti della nostra cultura (anche per le arti visive), continua ad essere terra di rapina, dove l'intellettuale, come i contadini negli anni Cinquanta, continua a sognare il rapido Reggio Calabria-Torino come strumento di emancipazione, tramite verso la contemporaneità.

I mutamenti geopolitici che hanno determinato il protagonismo di aree geografiche di cui solo cento anni fa si parlava soltanto in termini di colonizzazione (dove portare civiltà in nome del "fardello dell'uomo bianco"), stanno imponendo anche in arte nuovi modelli di produzione, che sostituiscono all'elaborazione estetica l'indagine antropologica (accanto alla meno interessante riproposizione, a costi ribassati, dei modelli artistici occidentali di alcuni anni fa - come sta succedendo in tutti i settori della produzione). Forse anche gli operatori artistici del sud italiano dovrebbero porsi una interrogazione di tipo antropologico come prospettiva delle loro ricerche. Se l'arte al sud non produce mercato, e pure il sud continua ad essere di stimolo creativo ai prodotti migliori della nostra cultura, un motivo dovrà pur esserci...


FILIPPO FABBRICA / Dimensione Sud

Responsabile Ufficio Politica, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto, Love Difference Project Manager. www.lovedifference.org

Quando cominciai a lavorare su Love Difference – Movimento Artistico per una Politica InterMediterrranea nel 2002, scoprii un numero sempre maggiore di progetti creativi indirizzati al sociale. La conoscenza acquisita unitamente ad un coinvolgimento sempre maggiore in progetti e attività sul dialogo tra le culture modificarono sensibilmente il significato che, fino ad allora, avevo attribuito ai punti cardinali. Fino a giungere a relativizzare il concetto stesso di Sud.

In queste poche righe non intendo ripercorrere il viaggio alla ricerca di un Sud mitico. Vorrei invece provare a raccontare di un Sud non geografico che trasmetta piuttosto il senso di una dimensione meridionale a partire dall’analisi di alcune caratteristiche proprie di progettualità artistiche contemporanee volte al bene comune. Queste nascono in contesti specifici e si sviluppano valorizzando una serie di caratteristiche, a mio giudizio, riconducibili a una dimensione propria del Sud. Si tratta di attività ideate con l'intento di colmare il vuoto lasciato dalle istituzioni locali e che valorizzano le relazioni interpersonali. Artisti o operatori culturali che scelgono di lavorare in gruppo allargando il nucleo operativo ad altri artisti e a operatori culturali, educatori, sociologi, antropologi, giornalisti, ricercatori, spinti dalla volontà di ricostruire i rapporti tra i cittadini dall’interno di un contesto che spesso appare incapace di reagire. I protagonisti di queste azioni sono guidati dalla necessità esistenziale di colmare il vuoto creato dalla comunità e dalle istituzioni che la dovrebbero rappresentare.

Senza agire attraverso forme antagoniste, scelgono di creare dialogo e relazione tra le parti sociali, tra i soggetti, tra le istituzioni pubbliche e private. E proprio in questa funzione sociale trovano il loro completamento - di una ricerca personale e anche artistica. È in questo atto di altruismo o meglio del “dono” (di mettersi cioè al servizio della comunità), che i progetti trovano una comune caratteristica: non il sacrificio frutto di una ricerca egocentrica, ma la presa di coscienza della necessità di agire per il bene sociale, un bene quindi comune.

La responsabilità sociale del soggetto, artisti o gruppi che siano, colma il vuoto relazionale che limita la coscienza sociale. L’azione non nasce dalla convinzione di essere portatori di un sapere assoluto o di una conoscenza superiore, ma dalla ricerca del completamento di una soddisfazione immediata nel mettere a disposizione di un’intera comunità le proprie capacità creative.
Questo a mio giudizio è Sud.

Gli attrezzi del mestiere degli artisti del sociale non sono certo costituiti dalla classica tavolozza dei colori, ma piuttosto dell’acquisizione di nuove abilità. Di cruciale importanza per la riuscita delle opere risulta, per esempio, sviluppare la capacità di leggere il territorio attraverso chiavi d’accesso plurali, comprendere i bisogni di una determinata comunità, apprendere differenti linguaggi da quello delle amministrazioni (per poter dialogare con la burocrazia), stabilire relazioni che vadano oltre quelle determinate attraverso il linguaggio orale – tanto più necessarie in situazioni di forte disagio sociale con una forte presenza di persone straniere –, elaborare le informazioni raccolte e ideare in maniera partecipa e condivisa.

In un ambito di intervento sempre più ampio, caratterizzato da una pluralità di visioni in cui l’artista entra non sempre previo invito, è lui stesso che si pone il problema di trovare gli strumenti per dialogare, prima, e per progettare insieme, poi.
L'importanza riconosciuta alle relazione interpersonali ci riconduce ancora una volta a Sud.

A Sud troviamo gruppi attivi nei progetti di arte per la trasformazione sociale che operano per ricostruire il dialogo tra i soggetti di una comunità, innescando un processo che trova energia nei sogni e nei desideri delle persone coinvolte. Una volta realizzato lo spazio per le relazioni e il confronto, il ruolo dell’artista o del gruppo trova una nuova veste, ogni volta diversa in funzione degli obiettivi che la comunità di pone e del grado di coincidenza con la visione di chi ha avviato il processo.

L’elemento caratterizzante qui non è più l'opera in sé e nemmeno il processo artistico, ma l’utilità sociale che scaturisce dal processo.
Rappresentare, indagare, indicare non è più sufficiente. Gli artisti decidono oggi di creare il proprio tempo, di “arare il proprio tempo” – e sono parole di Michelangelo Pistoletto -, attraverso nuove pratiche condivise e partecipate capaci di determinare il bene condiviso da un’intera società.

Chi opera in questa dimensione Sud è vitale, abile e capace di valorizza le risorse, ma in primo luogo sa generare energia dalla relazione tra le persone.

Progetti come Gudran ad Alessandria d'Egitto, La Source du Lion a Marrakesh, Asiles a Bedawi in Libano, Bureau des Compétences et Désirs a Marsiglia, Post Programme City Territory ad Atene, D Media a Bucarest, ZaLab TV a Roma, Engine Room a Londra, Artway of Thinking a Venezia hanno radici in questa dimensione Sud.
Il Sud geografico italiano è ricco di queste progettualità: Manifattura Knos a Lecce, Fondazione Southeritage a Matera, Laboratorio Woz a Palermo, Punta Corsara a Scampia, Theatr en vol a Sassari sono solo alcuni importanti esempi che si pongono sullo stesso piano delle migliori produzioni di arte per una trasformazione sociale che troviamo a livello internazionale
Prendiamone atto.

www.artway.info | www.asiles.com | www.bureaudescompetences.org | www.dmedia.ro | www.engineroomcogs.org | www.gudran.com | www.lasourcedulion.org | www.manifattureknos.org | http://ppc-t.blogspot.com | www.puntacorsara.it | www.southeritage.org | www.theatrenvol.org | http://wozlab.blogspot.com | www.zalab.tv

COSMO DAMIANO GIROLAMO / SoutHeritage | Patrimonio Sud: quando l’impresa produce cultura

Presidente Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea / Matera

Innovazione ed eccellenza. Caratteristiche che raramente in Basilicata accompagnano i progetti di valorizzazione culturale, artistica e territoriale, che molto spesso sembrano nascere da una casualità di contenuto e raramente si legano alla reale e attuale domanda della comunità. D’innovazione ed eccellenza si parla solo in relazione alla produzione industriale o artigianale, che ha come scopo primario un ritorno economico. Dunque la cultura, l’arte e la valorizzazione del territorio non possono essere considerate economicamente rilevanti per il territorio? In Basilicata sembra di no!

Nonostante il sistema (anche a livello nazionale) non funzioni, ogni anno ci sono associazioni , fondazioni, organizzazioni no profit, che redigono progetti interessanti ed innovativi che, molto spesso, solo grazie alla preziosa collaborazione di privati illuminati, riecono a realizzare. In questo contesto l’Azienda Agraria Grani Cavalli, permeata da una concezione di compenetrazione fra impresa e cultura, ha dato vita alla Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea, fondendo nella sua missione imprenditoriale i principi dell’ottimo produttivo con quelli della cultura contemporanea e della promozione cosmopolita del territorio in cui essa opera.

La scelta dell’Azienda Agraria Grani Cavalli di creare una fondazione dedicata all’arte contemporanea in un territorio dove il contemporaneo è ancora poco istituzionalizzato, nasce dall’intento di sottolineare i rapporti di nuovo mecenatismo con la propria storia aziendale e il territorio in cui si inserisce perché la cultura, rappresenta un indispensabile motore di sviluppo e identità per il territorio.

L'azienda, dopo aver agito per alcuni anni nella doppia veste di sponsor e di collezionista, ha dato vita alla Fondazione SoutHeritage con lo scopo di intraprendere un programma organico e continuativo di attività culturali e di intervenire in questo modo sul territorio e sulla sua vita culturale in modo puntuale. L’azienda che opera nei pressi di Matera da oltre 50 anni con le sue tenute situate nel cuore del costituendo “Parco storico regionale dell’agricoltura antica”, è caratterizzata da un processo di produzioni monovarietali verticalizzato: dalla semina del grano “Senatore Cappelli” alla coltivazione dell’olivo “Majatico” (ambedue varietà vegetali sottoposte a tutela), che identificano l’azienda sul mercato delle produzioni bio-dinamiche destinate alle fasce medio-alte del mercato agro-alimentare.

L'Azienda Agraria Grani Cavalli in un contesto di Responsabilità Sociale dell’Impresa attraverso la creazione della Fondazione SoutHeritage ha visto nell'arte e nell’est/etica contemporanea un nuovo modo di fare impresa, un nuovo modo di comunicare, basato sui più elevati standard etici e ambientali, andando al di là dei limiti imprenditoriali stabiliti dalle normative vigenti per rendere l’azienda organismo sociale e non solo produttrice di plusvalore economico.
In questo quadro la Fondazione nei pochi anni di attività è diventata il punto di incontro tra la pluralità di linguaggi della società contemporanea e le peculiarità della cultura del territorio lucano, ponendosi come punto di riferimento per il contemporaneo in una regione priva di un sistema istituzionale consono alle esigenze e agli sviluppi del campo.

Credo che l’evoluzione culturale del nostro paese (e dunque anche della Basilicata) è stata troppo lusingata dalle logiche istituzionali e dai ritmi della politica. Il “museo” che dialoga con la società contemporanea non è mera conservazione o esposizione, bisogna “alzare il tiro” come cerchiamo di fare attraverso la Fondazione SoutHeritage e cercare di divenire produttori di cultura attraverso la trasformazione del concetto di “bene culturale” da oggetto di valore artistico a patrimonio sociale, cultura di una comunità e di un territorio. Per risultati di più ampio respiro ci vorranno decenni, al fine di poter valutare se questo tipo di azioni nel futuro potranno cambiare qualcosa nella città e nella regione, comunque è un processo di crescita collettiva.


 

ANTONELLA MARINO

Docente e storica dell’arte. Vive e lavora a Bari. Come giornalista collabora con riviste specializzate (Flash Art , Segno) e quotidiani (Repubblica, Gazzetta del Mezzogiorno).

Se un osservatore esterno volesse farsi un’idea della situazione artistica in Puglia, ne ricaverebbe un quadro quanto meno contraddittorio. Le iniziative - nelle città come in provincia - infatti non mancano. Ovunque associazioni culturali e persino locali, bar, negozi, esibiscono il loro fitto calendario di mostre, minirassegne, installazioni. Spesso però si tratta di piccole cose, generalmente di taglio locale, senza budget o ambizioni critiche. Tuttavia testimoniano una gran voglia di fare e acquisire visibilità. Una sorta di attivistico fai da te che intende sopperire le lacune di un mercato endemicamente fiacco, con poche gallerie di punta. D’altra parte la Puglia vanta un sistema scolastico per l’istruzione artistica ben articolato, con ben tre Accademie di Belle Arti, a Bari, Lecce e Foggia: un record, sebbene di ambivalente lettura! Senza dire delle facoltà di Beni culturali (Lecce) e di Architettura (Bari). Né mancano critici e docenti preparati. E molte sorprese possono provenire da un’attenta indagine sul collezionismo...

Molto peggio va per le istituzioni pubbliche: a fronte dei (non molti e talvolta chiusi) musei dell’archeologico e dell’antico, non c’è finora nessuno spazio permanente deputato per l’arte contemporanea degno di rilievo ( ad eccezione del piccolo ma attivo Centro Comunale Pino Pascali a Polignano a Mare). Ma anche qui il nostro osservatore potrebbe trarre diverse conseguenze: perché a leggere le iterate dichiarazioni degli assessori di turno ( cui si aggiungono ora i desiderata raccolti nelle premesse del nuovo Piano Strategico per l’area metropolitana barese) ogni capoluogo, e non solo, sembrerebbe ormai prossimo a dotarsi di una sua galleria/ museo, centro, laboratorio o Kunsthalle che dir si voglia.

E allora? Quale è la fotografia di una regione che, stando agli elementi citati, rivela una sua inquieta vitalità? Per troppo tempo il dibattito artistico in Puglia si è arenato nel contrasto apparente tra un’ambigua idea di tradizione ed un altrettanto problematico concetto di innovazione. Hanno pesato interessi localistici, difficoltà a rapportarsi all’altro nel confronto di idee e nella pratica di relazione (l’atavico individualismo meridionale), il rifugiarsi nella tranquillità delle certezze acquisite, la scarsa attenzione alle dinamiche estetiche moderne.

Eppure negli ultimi anni molti segnali fanno intendere la necessità di un cambiamento. La domanda di cultura, prepotente ed evidente in altri campi come cinema, musica e teatro, è anche per l’arte alla ricerca di nuovi sbocchi. Sbocchi istituzionali certamente. Ma anche capacità di agganciare il mercato, di inserirsi in un circuito di informazione e scambio. Di certo non servono le lamentazioni. La cultura del vittimismo, con le sue storiche motivazioni, ha fatto il suo tempo Occorre che s’instauri, finalmente, l’idea di una strategia politica non effimera, con obiettivi chiari.. E occorre essere vigili, mettere sul campo nuove idee, nuove progettualità. Qualche segnale incoraggiante in tal senso sembra venire di recente dall’imprenditoria privata ( è il caso della strategia culturale messa in campo dalla Lum, libera Università con sede a Casamassima, che ha da poco varato un ambizioso Premio per giovani artisti su scala nazionale). I tempi dell’arte potrebbero davvero essere maturi. Meglio però non farsi illusioni, rimboccarsi le maniche e attendere i fatti…


GIANLUCA MARZIANI / S.U.D.

Giornalista, curatore e critico d’arte contemporanea (Roma 1970). Come curatore ha concentrato il suo interesse su pittura e scultura figurativa, indagando tematiche e concetti riguardanti il corpo e il paesaggio nelle strutture contemporanee. Autore di numerose pubblicazioni, saggi e monografie, nel suo libro “Melting Pop” (2001) ha approfondito la relazione combinatoria tra le arti visive e gli altri linguaggi creativi. In precedenza ha pubblicato “N.Q.C. Arte italiana e nuove tecnologie: il Nuovo Quadro Contemporaneo” (1998). Ha collaborato con giornali e riviste (LaStampa, Specchio, Time Out, Flash Art…), curato mostre, rubriche radiofoniche e televisive, nonché ricoperto ruoli di consulenza per aziende e multinazionali (American Express, Bmw, Virgin, Credem…). Curatore del Premio Celeste, del Premio Monza e del Premio TERNA. Consulente per le politiche giovanili del Comune di Roma. Attualmente è il critico d’arte del settimanale Panorama.

S come STORIE
Quando il tuo viaggio d’andata significa scendere verso la meta (parto di regola da Roma, mio centro ideale e forse ancora reale, quantomeno in termini di spostamenti nell’area del mediterraneo), tutto quel che viene dopo l’arrivo implica un alleggerimento del carico interiore. Lavorare a Sud (detesto dire “al sud”) è come agire dentro i cinque sensi in maniera emozionale e al contempo epidermica. Ogni volta un’esperienza in cui assorbi il pathos del rapporto umano, la sensualità atavica della natura, il senso aperto della sorpresa che rompe l’eccesso di regole e consuetudini.

U come UMORE
La trasformazione degli umori: potrebbe quasi essere la frase di lancio per un turismo consapevole nei sud che amiamo. Lavorare a Sud plasma il tuo stato d’animo fino a renderlo un piacere “riproduttivo”. Il lavoro diventa così la tua condizione elettiva, un mondo reale e al contempo interiore. Devi solo comprendere alcune regole del gioco, capendo che ogni dimensione possiede una specifica filosofia del vivere. Se fai questo il puro lavorare si trasforma nel privilegio dell’esperienza.

D come DOMINIO
Scendere nei vari sud per sentire il dominio della Natura, la forza olistica dei luoghi da vivere. Le esperienze a Matera mi hanno ricondotto nella civiltà arcaica che desidero portarmi dentro: ogni giorno, dovunque mi trovi, negli eventi tecnologici e nel sapere capillare di qualsiasi conoscenza. Anche la Sicilia mi ha dato molto, così come la Campania, la Puglia, la Sardegna… di questi luoghi ricordo la sensazione laica dell’arrivo, le persone che ho scelto e che mi hanno scelto, i paesaggi tra dubbio e memoria. Dentro i luoghi a sud colloco le belle storie che migliorano la vita.


GIANNI PITTELLA

Europarlamentare (Lauria PZ, 1958). Laureato in medicina e chirurgia. Entra giovanissimo nella Federazione Giovanile Socialista, di cui diventa Segretario Regionale e membro della direzione Nazionale. Dopo essere stato Deputato al Parlamento Italiano (1996>99), è eletto Deputato europeo, riconfermato nel giugno 2004. A ricoperto incarichi di Segretario generale della Delegazione italiana nel Gruppo PSE e membro della Commissione Bilanci del Parlamento Europeo, della Commissione Industria, Ricerca e Energia, e della Commissione Speciale Temporanea per le Prospettive Finanziarie 2007-2013. Fondatore della Rivista "Il Segno Mediterraneo", è direttore dei “Quaderni Europei”, supplemento del Centro di Iniziativa Mezzogiorno Europa, presieduto dal Presidente Giorgio Napolitano. E’ stato inoltre autore di numerosi libri fra i quali: "Rosso Antico" (1996), "Diario di bordo" (1997), "Sparlare, parlare, pensare" (1998), "Eurodiario" (1999-2000), "Il Triangolo della ricchezza" (2003), " Europ@ " (2004), "Dal Sud in Europa con Te" (2004), "Partiti europei e gruppi politici nel nuovo europarlamento dell'Unione a 25" (2004), "Un'Europa per i cittadini" (2006).

Ho sempre pensato che, identificare il Mezzogiorno come “questione” ha prodotto tre effetti negativi: l’invocazione di politiche e interventi straordinari, che spesso hanno oscurato la disattenzione verso il Sud degli interventi ordinari; l’alimentazione di una cultura dell’emergenza, la sottostima dei cambiamenti avvenuti che, di fatto rendono il Mezzogiorno un miscuglio di positività e negatività. Ed è proprio la tendenza a riconoscersi come problema che spinge il Sud a rivendicare risposte sempre dagli altri e mai da se stessi.

All’origine di quest’atteggiamento vi è l’insufficiente emancipazione della classe dirigente meridionale. Naturalmanete non è il caso di fare di tutta l’erba un fascio, (…) ma pensare il Mezzogiorno e parlare di Mezzogiorno fuori dal contesto dei cambiamenti in corso in Europa e nel mondo, significa accettare la definitiva marginalizzazione. Resta dunque aperta la sfida ambiziosa della qualità delle scelte (politiche, culturali, economiche, …), il loro valore aggiunto e la loro capacità di incidere profondamente sui contesti locali, e contemporaneamente aprire i territori regionali e attivare partenariati pubblico-privato.(…)

Il direttore della Rivista Mezzogiorno Europa, Andrea Geremicca in un saggio lucidissimo sull’evoluzione storica della questione meridionale, si è chiesto se l’eterno conflitto tra i meridionalisti classici che continuano a rivendicare la priorità nazionale della questione meridionale, ed i neomeridionalisti che puntano ad una risposta dal basso, possa oggi risolversi in un nuovo modo di pensare al Mezzogiorno, nel quadro dell’Europa e del Mediterraneo. Sono d’accordo con lui e mi piace anche il nome che gli dà: euromeridionalismo. Le nuove coordinate di scenario rendono debole sia una reiterata invocazione di centralità nazionale, sia un’esclusiva proposta di assunazione locale di responsabilità.
Servono entrambe, ma serve soprattutto un disegno più ampio ed una guida politica, economica e culturale dotata di un respisro strategico, sottratta ai tatticismi mediocri. (…) A me piace battermi per un Sud che non si autoassolve e non si crocifigge, che non ricerca salvatori della patria ma che riconosce i suoi problemi e i suoi drammi irrisolti, ed è pronto a denunciarli.
LUIGI PRESICCE

Artista (Porto Cesareo LE, 1976). La sua ricerca estetica attraversa in maniera originale e trasversale varie discipline artistiche: dall'installazione alla pittura, dall'oggetto scultoreo al video. Con questa duttilità di medium, ha conseguito numerose presenze ad importanti esposizioni nazionali e internazionali. Attualmente, dopo la partecipazione all’edizione 2007 del “Corso Superiore di Arti Visive - Fondazione Ratti” e la realtiva premiazione con il “Premio Epson FAR per la ricerca artistica”, è impegnato nel progetto “BROWN MAGAZINE”, concept editoriale prossimo alla cultura popolare, alla spiritualità, all'alchimia e alla metafisica. Parte del testo è un cut-up di diverse riflessioni e interviste dell’artista.

Sono nato in un paese di pescatori nel Salento di quasi quattromila anime. Un posto dove ci si conosce tutti e la pressione sociale è molto forte: tutti sono pronti a proteggerti, ma anche a “pugnalarti” se necessario. Da circa otto anni vivo a Milano che, se servisse dirlo, è praticamente agli antipodi. E’ una strana sensazione vivere qui, si arriva a essere così tanto estranei da sentirsi sempre a casa. Credo che le mie radici siano come quelle del Camalote, una pianta acquatica che vive nei fiumi del Brasile, che non si fissano mai sul fondo del fiume, ma rimangono mobili e si lasciano trasportare dalla corrente. Capita però che queste piante si stabiliscano di tanto in tanto in raggruppamenti simili a cespugli che resistono maggiormente alla corrente.

In passato ho sentito la necessità di staccarmi completamente dalla mia terra d’origine e per un lungo periodo ho guardato altrove. Il mio interesse per l’antropologia, lo studio di cerimonie primitive, rituali arcaici e danze ipnotiche, mi ha portato molto lontano per poi farmi tornare proprio là dove era partito il mio viaggio. Fondamentale è stato Aby Warburg e il suo discorso sugli Hopi, i nativi del nord America. Da lì si sono aperte tutte le strade per ritornare a casa, in quella terra magica che non smette di affascinarmi. Se penso alla danza degli spettri degli indiani d’America, penso anche alle danze terapeutiche usate per guarire i tarantati, attraverso suoni ripetitivi e canti ipnotici. Se guardo alla venerazione dell’orso e delle sue ossa presso le popolazioni celtiche del nord Europa, mi viene in mente l’adorazione delle reliquie dei santi come oggetti miracolosi, in grado di compiere prodigi. Si tratta solo di crederci.

Nelle credenze popolari vedo il senso della devozione e la vocazione a compiere atti assolutamente privi di logica, atti di fede. Credo che se uno cresce in un ambiente pervaso di spirito religioso, e non parlo di dogmi, ma di approccio alle cose, sia naturale prima o poi che questo venga fuori. Io utilizzo la preghiera e i suoi sistemi ripetitivi, mandalici, per realizzare una sorta di contenitore della preghiera stessa, cercando una forma di regressione attraverso azioni mimetiche nel comportamento animale.

Le mie opere sono il risultato di una “prova” quasi sempre circolare, che determina la sua realizzazione: il modus operandi è l’opera stessa. Più che un percorso conoscitivo, credo sia un percorso involutivo; cerco la trascendenza guardando verso il basso, alla terra, a quella cultura popolare che ci vede simili a bestie e per questo molto vicini al divino essere (sia come predicato verbale che come soggetto). Utilizzo mezzi e materiali che siano modificabili con le mani o strumenti manuali, molte volte chiedendo aiuto agli artigiani, i “maestri del mestiere”.

DOROTHY LOUISE ZINN

Antropologa e docente presso l'Università degli Studi della Basilicata. Ha condotto varie ricerce sulla cultura e società meridionale. Ha numerose pubblicazioni al suo attivo, tra cui "La Raccomandazione. Clientelismo vecchio e nuovo" (Donzelli, 2001), e ha curato la prima traduzione in inglese del capolavoro di antropologia meridionalista, "La Terra del Rimorso" di Ernesto de Martino.

Vorrei parlare di “cultura” in due sensi: nel senso antropologico (con la “c” minuscola), e quello delle arti (con la “C” maiuscola), anche se bisogna tenere presente che intercorrono dei nessi effettivi tra le due istanze. Per quanto riguarda il primo, sarebbe azzardato fare una generalizzazione per l'intero Sud; posso dire dal mio punto di osservazione lucano che il rapidissimo passaggio verso la modernizzazione nei decenni del secondo dopoguerra ha sicuramente fatto saltare la trasmissione di alcuni ethos e valenze tradizionali.

Presso larghe fasce della popolazione, si è pensato a lungo che per entrare in questa contemporaneità, bisognasse rescindere i legami con la cultura del passato; di conseguenza, si è verificata una consistente frattura culturale tra le generazioni. Per quanto riguarda la Cultura nel secondo senso, il Sud continua a fare i conti con un'emorragia di energie, di talenti, dal punto di vista qualitativo ancora più drammatica oggi rispetto alle grandi emigrazioni del passato, proprio perché “intellettuale”.

Di positivo constato una valorizzazione del patrimonio culturale molto maggiore rispetto anche a pochi anni fa; tuttavia, la tutela e la fruizione di questo patrimonio non potranno mai essere realizzate adeguatamente senza una maggiore diffusione di una coscienza culturale (in entrambi i sensi di cultura), attraverso la quale – per esempio - ci si renderà conto che certi obrobri quotidiani sono assolutamente incompatibili con tal patrimonio.

Il Sud d'Italia ha una tradizione millenaria di eccellenza culturale - nelle forme più “alte” della cultura come in quelle più “basse” - di uno spessore che in me ha sempre ispirata riverenza. Bisogna costruire su questa eccellenza ereditata, liberandola dalle sue connotazioni da un lato, elitarie, dall'altro, arcaiche. Per fare ciò, è necessario un superamento del profondo solco sociale fra “chi può” e “chi aspetta” (nell'espressione di Amalia Signorelli), divario che produce e riproduce tutt'oggi dei livelli inaccettabili di dispersione scolastica, che frustra le migliore energie e intelligenze nel Sud, che fomenta un senso di distacco tra molti cittadini e il loro bene pubblico, come se fossero delle comparse sul set cinematografico sbagliato.

Il recupero e la rielaborazione delle valenze culturali del passato devono verificarsi attraverso la necessaria consapevolezza culturale, per evitare il rischio di uno sterile sfruttamento della miniera delle tradizioni ai fini di una loro bieca mercificazione; solo in questo senso, si potrà parlare di una vera e propria riappropriazione di questi beni culturali, materiali e non.

Con questo discorso non vorrei sembrare di negare gli indubbi aspetti globalizzati e cosmopoliti del Mezzogiorno contemporaneo, né di voler ingabbiare le giovani generazioni in un proposito di chiusura sotto una bandiera “meridionalista.” Piuttosto seguo per grandi linee il pensiero dell'illustre etnologo Ernesto de Martino nel proporre che le radici culturali del territorio – di sottoporre anche ad una disamina critica - debbano costituire un punto solido di partenza, un'ancora che possa contrastare lo smarrimento nella valanga di stimoli indistinti, senza criteri e senza punti fermi di questa nostra età contemporanea, quella dell' “informazione”.

The List è un concept Lab. 12:00
progetto di Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea / Matera

A cura di: Roberto Martino
Grafica: Valentina Zienna
Revisione: Daniela Seghezzi
© testi: gli autori– tutti i diritti riservati

Si ringraziano gli autori per i testi e la preziosa collaborazione.

 


MARIO CRESCI / I Kulturprop di Matera*

Fotografo (Chiavari GE, 1942). Docente di Fotografia presso l’ Accademia di Belle Arti di Brera nei corsi di specializzazione post-laurea. È inoltre docente di linguaggio fotografico alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano (NABA) e visiting professor all’Ecole d’Arts Appliqués di Vevey (CH). E’ tra gli artisti che hanno avviato le prime sperimentazioni fotografiche degli anni '60 e '70 in Italia interessandosi in particolar modo ai linguaggi visuali, in un'ottica di analisi e interscambio delle forme espressive. Nel 1966 entra nel gruppo di architettura e design:"Il Politecnico", attivo a Venezia e a Matera, con il quale avvia un’intensa ricerca etno-fotografica interessandosi in particolare modo ai linguaggi visuali legati alle aree del Mezzogiorno d'Italia. Come artista - fotografo vive la sua esperienza progettuale collaborando con artisti come: Pascali, Kounellis, Mattiacci, Pistoletto, Boetti e Paolini. Dal 1970 alla fine degli anni '80 lavora stabilmente a Matera, nel campo della comunicazione visiva usando la fotografia come mezzo di connessione concettuale tra lo sguardo e il suo personale coinvolgimento nella realtà e nelle problematiche dei luoghi in cui vive. Suoi lavori si trovano presso la collezione permanente del Museum of Modern Art di New York, presso il CSAC dell'Università di Parma e nella collezione Bertero di Torino. Un’ampia retrospettiva delle sue opere intitolata “Le case della fotografia: Mario Cresci 1966-2003”, è stata opsitata dalla Galleria d’Arte Moderna di Torino. È autore e coautore di saggi e di libri pubblicati dal 1975 ad oggi, tra i quali: Martina Franca Immaginaria, Milano, Mazzotta, 1981; La terra inquieta, Bari, Laterza, 198; Lezioni di fotografia, Bari, Laterza, 1983; Matera. Luoghi d’affezione, Milano, Scheiwiller, 1992.

La città è come una persona, un organismo vivente che muta nel tempo e vive con la vita dei suoi abitanti.
La città accoglie, non rifiuta, non discrimina, non odia, non ha pregiudizi ma solo delle regole per una civile convivenza.
La città ha una memoria antica che va compresa per capire meglio il suo presente. Se non si conosce la sua storia non si conosce e non si sviluppa il senso del suo futuro che è la vita per le nuove generazioni. La città è amata, salvaguardata, protetta e gestita nel rispetto delle proprie idee e della propria specifica identità. Il suo corpo urbano è la somma delle presenze umane che abitano e che hanno abitato ogni centimetro dei suoi spazi. La città non può vivere da sola ma ha bisogno del sostegno e della cura degli altri senza i quali essa muore diventando necropoli.
La città come una persona deve essere rispettata, non violata, non ferita, non abbandonata a se stessa ma amata e studiata per comprenderla meglio. Essa è un bene per tutti. La città come una persona ha bisogno di conoscenza e senso dei valori, ha bisogno di condividere idee e progetti utili a se stessa e agli altri. Gli altri le sono indispensabili per poter crescere. Gli altri non solo solo i nativi ma anche coloro che vengono da fuori cittadini del mondo.
La città come Bagdad o Beirut può essere distrutta fisicamente dalla guerra ma anche in tempo di pace da alcuni uomini che sono la parte impropria dei suoi abitanti hanno il potere di distruggerla progressivamente con il sorriso sulle labbra simili a portatori di virus.

I portatori di virus sono di varia natura. Vi sono i "quaracquaquà” scoperti da Leonardo Sciascia che popolano le regioni italiane ma che nella città dei Sassi hanno trovato da molti anni una particolare accoglienza per la loro riproduzione e crescita. I quaracquaquà si dividono in tre categorie: quelli dalla voce flebile, insinuosi e impercettibili, vivono negli spazi d'ombra degli uffici e non appaiono quasi mai alla luce del sole. Sono i fantozzi dell'impiego pubblico che non vedono oltre alla punta del loro naso e portano tutti spesse lenti agli occhi.
Quelli dalla voce normale che sembrano normali ma non lo sono. Hanno il volto normale che a seconda del tempo delle stagioni si modifica insieme ai capi d'abbigliamento assumendo espressioni nuove e cangianti. Sono i vice direttori di banca, i vice direttori dei giornali, i vice direttori dei supermercati, i vice presidenti degli enti pubblici e delle società private che operano apparentemente per il bene pubblico. Sono i vice!. Sono i portatori di virus più pericolosi per la citta' perché alle soglie del potere vivono con il dubbio di non poterlo ottenere.

Infine il terzo livello dei quaracquaquà è rappresentato da quelli che hanno la voce alta e lo sguardo che si muove dall'alto in basso e dal basso in alto con lo stesso movimento senza alternative. Hanno la voce tenorile e sono costretti a non curvarsi mai timorosi per il loro deretano continuamente a rischio per le loro nefandezze giornaliere sulla povera gente che li teme. Anch'essi come il secondo tipo di virus sono pericolosi e di difficile estinzione. Sin da piccoli vengono educati, dalla prima comunione al matrimonio, a muoversi con il petto in fuori, lo sguardo deciso e la voce senza inflessioni dialettali per distinguersi da quella del volgo.

Vi sono poi i "kulturprop" più virus che portatori. I kulturprop sono anch'essi pericolosi per la città perché si nutrono solo di potere attraverso l’ostensione delle loro lauree o dei loro certificati d'iscrizione ai partiti che li proteggono sin da piccoli per allevarli con la segreta idea che la politica è soprattutto sinonimo di potere e di tranquillità pensionistica per la vecchiaia. Il resto non conta o conta poco. I kulturprop sono i finti intellettuali e i finti politici che vivono con uno strato di colla sul fondo dei pantaloni per una lunga e indivisibile permanenza sulle varie poltrone sulle quali si siedono spesso. Anch'essi come gli altri sono costretti a convivere con il deretano appesantito pur facendo finta di niente. I kulturprop sono virus che vivono dappertutto come gli acari, sono nocivi e infettano la città e si mimetizzano all'interno dei partiti. Quando un kulturprop non si allinea agli altri a causa di un ripensamento critico sul suo operato esso viene prima redarguito dai vecchi virus e in seguito, se necessario, esonerato dal suo ruolo come inutile corpo estraneo al sistema.

Infine due potenti virus provenienti dai kulturprop sono: il "monasind" che insieme al "monasoprin" operano da anni nella città . Anch'essi provengono da due generazioni di virus predisposte all'apparente gestione della città e all'apparente salvaguardia del bene pubblico. In realtà il monasind e il monasoprin sono due virus funzionali all'incremento del tasso di stupidità di una parte dei kulturprop che stanno perdendo le ultime facoltà umane rimaste come: memoria, creatività e progettualità. Entrambi hanno un esercito di subvirus che li seguono e li imitano contribuendo anch'essi alla diffusione del loro genere.

Proposta per S.Agostino:
Iniziare al più presto una campagna di disinfestazione rivolta non solo ai ratti e alle zanzare ma anche ai virus sopra indicati. Rendersi conto che dietro alla loro apparente forma umana, si annida un progressivo processo di alterazione genetica che li condurrà tra qualche anno ad assumere le loro vere sembianze di virus. Si potranno così riconoscere? si spera...

Nel frattempo occore creare un fronte unito di persone che sappiano educare i giovani a riconoscere le varie famiglie di virus da quelle tramandate dalla storia, a quelle più recenti di nuova generazione. Per ora non posso che aderire al senso di sdegno che ogni persona di buon senso prova nel vedere quello che stanno facendo in una delle più belle e importanti città del mondo come Matera. Proporre nelle scuole un concorso a premi per una storia scritta e disegnata ricavata dalle nuove vicende dei kulturprop che si evolveranno nei prossimi mesi. Trovo giusto provare ad eliminare i virus con il profumo dei fiori, ma se non funzionasse? Ci sentiamo alla prossima puntata.


* Il presente testo è una riflessione dell’artista sulla vicenda che ha coinvolto il Complesso Monumentale Ex Convento di S. Agostino sottoposto dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio della Basilicata ad un’opera di cantierizzazione funzionale alla costruzione di un parcheggio interrato di 2 piani nel cuore dei Sassi di Matera (bene riconosciuto Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO). Il testo integrale è stato pubblicato su www.sassikult.it - portale dedicato alla tutela dei beni culturali,allo sviluppo di attività culturali, innovazione e ambiente. La selezione del testo è stata realizzata in collaborazione con Michelangelo Camardo – Coordinatore SassiKult. Si ringrazia per la preziosa collaborazione Mario Cresci. Il testo integrale e visibile all’indirizzo www.sassikult.it/ita/web/item.asp?nav=26